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L' angolo di Renato  
 

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27 Aprile 2010

E' rimbalzata in questi giorni agli onori delle cronache la notizia dell’avvio di alcune “scuole professionali” destinate alla formazione di  caregivers e badanti specializzati sulla SLA.
Ottima notizia. Sia per gli operatori professionali -  come i medici -  che possono trovare  in questi operatori degli interlocutori più motivati ed affidabili;  sia per gli utenti – i malati di SLA – che riceveranno da costoro la  soddisfazione ai loro bisogni.

Per raggiungere tale obiettivo, tuttavia, è necessario infondere non solo un sapere multidisciplinare, ma anche  una virtù che in altra maniera non saprei definire che delicatezza. Gli effetti  di tale approccio sarebbero sì ad appannaggio dei pazienti, ma anche degli stessi badanti che, a mio avviso, ne hanno certamente bisogno.

Provate ad immaginare di dovervi ineluttabilmente affidare nelle mani di una badante. La vostra vita diventa una corsa improvvisa nel precipizio della paura. Senza nasconderci dietro false ipocrisie, nell’immaginario collettivo, la badante si porta dietro una serie di luoghi comuni. Quali? Ebbene, questa figura spesso è il centro assurdo attorno a cui ruota una trottola vorticosa di vizi grossolani come l'infingardaggine;  la cupidigia e lo stato  di migrante – non certo negativo  in sé, ma che spesso si accompagna ad una nebulosa  di problemi, primo fra tutti quello linguistico -.

Leghiamo la badanza all'immagine della vecchietta in carrozzina spinta dalla badante sfigata. E’ un quadro tragico che, al solo pensiero, dà un senso di chiusura al mondo, una sorta di pre-morte.

Ma non è così, né per noi malati di SLA che ci muoviamo sui territori della vita; né per i badanti che non devono mai sentirsi sminuiti rispetto alle “più prestigiose” professioni del medico o dell'infermiere. Tale senso di inettitudine porta al distacco emotivo e motivazionale che prosciuga  alla  fonte l'aspetto "missionario" del suo quotidiano sforzo.

Bisogna insomma dare alla badanza una dignità fondata  su un sapere teorico e pratico che, da un lato deve essere formalmente riconosciuto, dall'altra non deve cadere nel rischio della burocrazia. Se ci soffermassimo su una riflessione più attenta del legame che unisce un badante al malato, ci accorgeremmo che stiamo parlando di dipendenza. Dipendenza che, alla lunga può diventare insopportabile. Per questa ragione è essenziale rivendicare il rispetto alla cura del paziente che, non dimentichiamolo mai, è l’uomo sofferente, il motivo unico per cui tutto ciò si fa.

                                                                                                                                             Renato Nisticò


 
 
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